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Ricerca Genealogica – L’uso dei soprannomi

Alla soglia dei seimila nomi reciprocamente imparentati nell’albero genealogico degli abitanti di Castro, ai quali si aggiunge una quota di tremila abitanti di Ortelle e dintorni, con l’ambizione di diventare un vero e proprio database storico di tutta la contea,  vengono da sole molte considerazioni, tra cui alcune sull’uso del soprannome.

Abbiamo visto che il cognome rinasce alla fine del Medioevo e si ufficializza dopo le direttive del Concilio di Trento che obbligano i parroci officianti a verificare le linee ereditarie degli sposi al fine di escludere legami familiari o sacramentali. Tuttavia nemmeno il cognome riuscirà a individuare perfettamente l’individuo all’interno della comunità, neppure se aiutato dalla paternità, o nel secolo recente, dalla data di nascita. Tutti i sistemi di riconoscibilità dell’individuo cedono proprio nelle piccole comunità dove ricorrono spessissimo i soliti cognomi (per derivazione) e i nomi di battesimo (per omaggio generazionale o per devozione religiosa locale).
La soluzione della data di nascita, poi, non risulta pratica nel vissuto quotidiano e l’uso del soprannome personale diventa quindi necessario ed insostituibile. Lo Scipione studiato a scuola è l’Africano, Fabio Massimo è il Temporeggiatore. Da Roma ad oggi nulla è cambiato. Anzi, i Romani col ricorso alla indicazione della gens utilizzavano già un termine  specifico del clan familiare.

Vincenzo ‘Pizzainu” Capraro

Il soprannome è assegnato quasi sempre secondo uno dei seguenti criteri:
– una qualità fisica
– un mestiere
– un nome di battesimo riconoscibile in ambito familiare

Se di colore bruno o di capelli neri si diventava “moro” o “morettino”, “turchio” se di carattere somatico bizantino, “pilijanca” se albino, “mutu” se afono, ecc. Occhijanchi, Giaganti, ecc. sono riconoscimenti personali che il padre o la madre possono trasmettere anche alla immedita discendenza. Alla formazione del soprannome può concorrere anche un fatto di cronaca o un tic o una particolare espressivita personale, come un intercalare o un balbettio. Un ripetere nei racconti di essere stato militare a Tunisi, porta a distinguersi tra i tanti Rizzo col la contrazione Tunsi,  o una emigrazione in Sud America a ricevere e trasmettere il soprannome di Plata.

Raramente il soprannome è dispregiativo, quasi sempre è accettato e utilizzato dallo stesso portatore per farsi riconoscere all’interno della comunità. A volta è utilizzato per dileggio scherzoso ma in fondo i cognomi dei castrioti non sono particolarmente ingiuriosi.

Il mestiere è alla base di tanti soprannomi. Se il portatore è un maestro sarto o maestro muratore,  il soggetto viene dispensato dal soprannome e verrà appellato per sempre col titolo di Mesciu, come il Don del prete o dei benestanti. Paranza tocca a chi organizzava quel tipo di pesca, Lattature all’imbianchino, Caronte a chi faceva le gite in barca.

Anche quelli che sembrano dei nomi geografici si possono ricondurre a fatti personali o di lavoro. “Tarantini” perchè un antenato ha avuto occasione di lavorare o di provenire da Taranto, “Catolla” perchè si commerciava pesce con la città di Cattolica. “Capitanu” per un lungo imbarco.

Tuttavia, se ad una persona è assegnato alla nascita un nome molto particolare, questi viene dispensato oltre che dall’uso del soprannome finanche dall’uso del cognome. Il nome, in questo caso, assorbe completamente l’individuo e si estende per gravitazione all’intorno dei suoi familiari.
Benemio, Quirino, Pantaleo, Idrusa, Saggio, Viola, Girolamo, non hanno bisogno di essere appellati e i loro figli e mariti saranno appellati con soprannomi come “Antonio da Viola”, o “Antonio Belfiore”. Il soprannome in questi casi può contrarsi per venire più comodo, per cui “Giovanni di Quirino” si contrae in “Cuinu” dove il patronimico diventa direttamente soprannome. Zibideo ha un potere terribile, prima si contrae in “Peo”, poi si estende, ancora oggi, su un intero clan familiare.
A volte è la storpiatura del nome di battesimo a risolvere il problema di identità. Un “Ciseppe” al posto di un inflazionato “Pippi”, un “Antonuccio” al posto di un “Uccio”. Ippazio Antonio diventa un comodo “Patintoni”. Ippazio Antonuccio un “Patucciu” e un Giuseppe Antonio un “Peppentoni”. A usarli pare di offendere, in realtà sono dei banali nomi di battesimo.

Il soprannome è personale e assolve unicamente la necessità della riconoscibilità. Quando questa funzionalità viene meno il soprannome si estingue o si relega a una riconoscibilità più allargata. Si “appartiene” ai “Farina”, è parente ai “Nicoli”, giusto il tanto per dare una dritta alla vecchia zia che non è pratica del nuovo soprannome assunto dal nipote o bisnipote.
Giuseppe Capraro, marito di Assunta “Tarantino” pare non avesse soprannomi, tuttavia i figli ne prenderanno uno diverso a testa: “Ngicca”, “Pizzainu”, “Schirosi” e “Nisi”. Probabilmente, qualunque soprannome avesse il padre, questo non garantiva più la riconoscibilità all’interno della comunità, da qui l’esigenza di un nuovo soprannome su misura.

Ancora oggi il soprannome è usato, benchè la diffusione di nomi di battesimo molto differenziati aiuti a distinguere l’individuo più che nel passato. Sono soprannomi molto più fantasiosi, legati molto al mondo dei media o dello sport. Gabriele “Riva” Panaro alla soglia dei quarant’anni conserva ancora una discreta riconoscibilità col soprannome giovanile anche se l’attività ristorativa che esercita da molti anni lo sta mettendo in serio pericolo.

Tra i ragazzi di oggi paiono prevalere i diminutivi o i vezzi o i modi di dire ricorrenti del portatore. Non paiono soprannomi destinati a durare, sono soprannomi (o nick) limitati all’uso del clan generazionale e solo con l’ingresso nella comunità potranno aspirare a un vero e dignitoso soprannome.

Come dicevamo il soprannome assolve sempre e soltanto alla funzione di riconoscibilità del soggetto, e la riconoscibilità si muove su più ambiti, sia familiare, sia cittadino che extraurbano. Nel primo caso basta il nome proprio o il diminutivo, nel secondo il soprannome vero e proprio, nel terzo caso in genere si assume come nome riconoscibile il nome e il toponimo di proveninza. U Totu e Vitrugna è unanimemente conosciuto in tutto il Salento meridionale. Pur avendo un nome molto comune il pervenire da Botrugno bastava già a identificarlo, anzi a costituire un nome per antonomasia.

Avere un soprannome, infine, è il segno più evidente del fatto di avere un ruolo, sia pur minimo, nella comunità. Solo chi non ha un ruolo sociale può essere dispensato dall’essere  individuato e quindi dalla necessità di essere, appunto,  soprannominato.

i Rizzo a Castro

Nel 1749 Ippazio RIZZO (Ipazio Riccio) ha 76 anni, in casa ancora il figlio Domenico di 45 anni e la moglie Grazia PANTALEO. Possiede terreni in Castro e vive dentro la città vicino la chiesa. Il figlio Domenico, sposato con Grazia RUSSO, morirà piuttosto presto lasciando la moglie Grazia per molti anni vedova a crescere Francesco, Donato e Ippazio.

Per molti anni la vita di Grazia RUSSO sarà rattristata dalla vedovanza, dalla scomparsa di Francesco e Donato e per alcuni anni la piccola famiglia,  formata dalla madre e dal piccolo Ippazio, scompare anche dai registri parrocchiali forse ospitata altrove fuori Castro.

La storia dei Rizzo a Castro si può dire però che nasce col piccolo Ippazio che nella casa materna, convivendo con la madre vedova,  sposa Apollonia CARROZZO da cui avrà solo la piccola Lucia. A lutti seguono ancora lutti: Apollonia muore e Ippazio, piuttosto maturo,  sposa in seconde nozze una donna forse ortellese, Giuditta STRAMBACI, il cui cognome è peculiare di Ortelle dove, benchè all’epoca piuttosto diffuso, si è ormai estinto. Da Giuditta Castro avrà l’intera discendenza del cognome Rizzo oltreché un nome di battesimo che si ripeterà per invisibili linee femminili essendo assolutamente indeclinabile al maschile.

Lucia, figlia di primo letto morirà anch’essa, e una delle figlie della seconda moglie di Ippazio verrà chiamata Lucia e sposerà il vignacastrense Rosario PAIANO. La seconda figlia Domenica, stesso nome dello sfortunato padre di Ippazio, si sposerà con Antonio FERSINI da cui discenderà un numeroso ramo di Fersini, ma che conoscerà, tra le prime Rizzo, il lutto della tragedia di mare avendo il marito Antonio naufrago davanti a Punta Mucurune nel 1872 assieme ad altri quattro pescatori.

Di altre cinque sorelle di Domenica,  Concetta, Donata, Annunziata, Grazia e Giuseppa, sappiamo poco. Non compaiono nei registri come sposate in Castro per cui o sono emigrate o morte secondo la spietata statistica delle morti infantili nel settecento.

La linea che porta il cognome RIZZO si riduce nuovamente dopo tre generazioni al solo figlio maschio di Ippazio e Giuditta a cui verrà dato il nome del santo protettore di Ortelle appunto Giorgio che rafforza le considerazioni sul paese natale di Giuditta.

Lo schema allegato è puntato in modo particolare sull’ottocento essendo numerosa la discendenza nel novecento e non raccoglibile in un semplice formato A4. Le linee numericamente importanti sono i due fratelli Salvatore e Ippazio, figli di Giorgio e di Saveria FERSINI.

Lo schema offre molti motivi di riflessione tra cui uno già accennato come quello del trasferimento del nome di battesimo. Per esempio la cadenza nonno/nipote per il nome Ippazio RIZZO che è tuttora conservata a partire dal capostipite Ippazio nato nel 1673 e conservato ancora come nome e cognome in un giovane concittadino.

Un altro esempio sono i nomi di battesimo assegnati ai figli in ricordo di fratelli morti giovani. Come Lucia, Assunta, Donata solo per citare le prime linee dello schema.

Anche il nome Giuditta segue uno schema di continuità che passa per linee femminili cambiando sempre il cognome a cui si lega sembrando un fatto accidentale ma invece ben riconoscibile disegnando le linee parentali.

Una complicazione nello schema dei RIZZO, ma anche nei coimparentati FERSINI, è il matrimonio tra i vedovi Antonio RIZZO e Maria Domenica CIRIOLO (1866), entrambi già sposati e con prole. La tracciatura delle linee parentali è complicata proprio dal primo matrimonio di Maria Domenica con Benedetto FERSINI (1855) che trasferirà, premorto, il nome al figlio Benedetto (1894-1918), che a sua volta avrà lo stesso destino del padre e anche il nipote riceverà lo stesso nome di battesimo, Benedetto (1919), detto Mesciu Tettu. La vedova di Benedetto (1894-1918), Giuseppa PANARO contrae un secondo matrimonio con prole.  Anche un nipote di Benedetto (1855-1918) con nome foneticamente simile (Bernardo) si risposa due volte con due sorelle PANARO (Gemma e Rosaria) con prole da tuttte e tue. Per questo è opportuno fissare su un diagramma il blocco di questi intrecci a beneficio dello sforzo nmemonico.

   

Come per tutti i cognomi (e ricordo sempre che il cognome è solo un comodo sistema per raggruppare soggetti e non tiene in giusto conto l’apporto genetico delle madri) il cognome RIZZO  deriva da un piccolo nucleo familiare, spesso instabile, per alcuni anni assente dalla città, che fa pensare a una comunità castrense per tutto il seicento fortemente instabile, con nuclei spesso migranti dai casali della Contea e viceversa il cui legame alla città può ricercarsi solo sulla proprietà di terreni nel suo intorno.

Nel Catasto Onciario dell metà del settecento, a differenza degli altri nuclei residenti di Spongano, Marittima, Vignacastrisi, ecc.., la presenza di forestieri possidenti è piuttosto elevata e non solo riferita a cittadini dei centri immediatamente contigui. La presenza di queste famiglie che compaiono e spesso scompaiono da registri parrocchiali che portano o alla estinsione tout court del cognome (Ettore, Pisino, Donadeo, Barone, ecc..) o all’affermazione di numerose discendenze (Fersini, Coluccia, Rizzo, De Santis, Ciriolo, Capraro, ecc..)  non fanno altro che confermare la sofferenza di un paese abbandonato  partire dalla fine del ‘500 a tutto il ‘600.

Una comunità che spesso si arrichisce di una nuova famiglia perchè questa si accomoda al trasferimento di un prelato che si insedia nelle numerosa corte vescovile o di braccianti che qui si trasferiscono per la cura dei terreni degli ancora potenti signori feudali.

Demografia – Un po di numeri certi

CASALE FONTE ANNO ABITANTI Note Cit.
Ortelle Catasto Onciario 1748 349
Vignacastrisi Catasto Onciario 1749 296 4 non residenti
Ortelle Relazione ad limina 1736 375 31 non residenti
Ortelle Stato delle anime 1765 280
Ortelle Stato delle anime 1767 330
Vignacastrisi Stato delle anime 1767 344
Castro Bilancio 1780 80 Perotti
Ortelle Scritture private 1780 384 Perotti
Spongano Scritture private 1780 820 Perotti
Castro Stato delle anime 1820-21 130 9 marinai – 40 contadini Perotti
Castro Censimento 2008 2.545 Istat